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Una föla
(una favola)
Il vecchio si incammina
lungo le faglie dei ricordi
nei recinti dove altri anziani giacciono
in una covata di letti disfatti
dove urina e anestesie
si posano frugali
sulla parete delle ossa
C’è chi osserva
la voce delle nubi
dalla finestra dove emigra la vita
di come il crepuscolo
si posa nel petto
e prende la sagoma di un abbandono
quaggiù
dove le anime sono in attesa
di una benedizione
Vedo mio nonno
con gli occhi chiusi su una sedia
porta ancora l’odore dei campi
le rughe pallide come candele
col collo infossato e la testa china
di chi ha abitato in trincea
e il solco spietato di una scheggia
che gli attraversa il viso
come il ghigno di un fulmine
da tempo immerso nei suoi pensieri
perduti da qualche parte
nelle provviste razionate
del buio
Mi accosto
nella sua fragile ombra di granito
e dalla penombra delle sue ciglia
chiuse come conchiglie di neve
sboccia il cristallo di una goccia
che dondola appena
come una culla antica
sulla chiglia di una ruga
E mentre dalle sue labbra
scivola un tenue sorriso
come un tremore di foglie
solleva appena le dita
e sussurra:
“A sit tè mâma?”
“Parché ta n’um cônt una föla?”
(“Sei tu mamma?”
“Perché non mi racconti una favola?” )